Vestiti e vieni via con me.Ora che di ciò che è stato rimane solo un labile ricordo che a stento ritorna alla memoria.Ora che lottare per un posto nella tua quotidianità sarebbe completamente inutile. Ora che, dopo tutte le metamorfosi, non saremo mai più ciò che eravamo, vestiti e vieni via con me.
La FeniceBianca.
domenica 20 maggio 2012
martedì 15 maggio 2012
To Rome with Love.
Sospesi a mezz'aria tra la pura felicità e la nostalgia. Perdersi confondendosi tra l'arancione e il rosso di questo tramonto sulle antiche rovine di una città che sembra esser qui da sempre, che porta addosso con eleganza e leggerezza duemila anni di storia. E di gente qui sicuramente ne è passata.
Rimanere lì, dove tutto sembra venuto fuori da una pellicola cinematografica, con lo sguardo perdutamente immerso nelle sfumature di questo giorno che fa fatica a finire. Lentamente confondersi tra la folla, minuscoli pezzi di un qualcosa cha pare il centro del mondo.
Essere qui. E desiderare di rimanerci per sempre.
Rimanere lì, dove tutto sembra venuto fuori da una pellicola cinematografica, con lo sguardo perdutamente immerso nelle sfumature di questo giorno che fa fatica a finire. Lentamente confondersi tra la folla, minuscoli pezzi di un qualcosa cha pare il centro del mondo.
Essere qui. E desiderare di rimanerci per sempre.
lunedì 30 aprile 2012
We're crushing like waves.
E' come decidere di non salvarsi. Andare a fondo lentamente senza cercare riparo, senza trovare nessun appiglio a cui aggrapparsi. Non provare neanche ad opporsi. In fondo a poco servirebbe. Tutto è destinato a finire, anche tu, anche voi, anche loro. Dal tutto non si salva nessuno. Affaticato dal tempo, distrutto dalla consapevolezza perchè lottare. Se sopravvivi oggi, muori domani, che tu lo faccia felice o meno. Lascia stare. Lascia andare. Come hai già fatto. Come è giusto che sia.
[Però ti prego, portami con te.]
[Però ti prego, portami con te.]
mercoledì 18 aprile 2012
It's like I'm the one you love to hate, but not today.
La guardò distesa accanto a lui. Come un unico corpo si adattò al suo respiro nel silenzio di una casa abbandonata. Sollevava appena le lenzuola poggiate sull'addome e lentamente l'ossigeno entrava in circolo riportando la calma e la tranquillità. Sicurezza. Saperla lì, sapere che gli sarebbe bastato anche solo muovere la mano di qualche millimetro e l'avrebbe trovata ad occupare il vuoto al suo fianco. Corpi a contatto. Le sue cosce ancora accaldate, percepirne la consistenza attraverso le sottili coperte. Bianco e rosa carne, quasi pallido, quasi un unico colore. Le gote arrossate e le labbra socchiuse in un eterno bacio. Lei. Inerme. Indifesa. L'odore dei suoi capelli tra le dita.
"...ricordo che mi mancava il respiro. Il mio mondo in quel momento erano le sue mani. Sentivo il suo cuore, veloce. Le sue labbra, il mio respiro affannoso. Le mani che cercano, che trovano centimetri di pelle.Non so se avevo paura. No, non era paura. Forse non era neppure piacere. Era scoperta, era crescere. In qualche modo. Tremavo. Le parole strozzate in gola e tra noi il silenzio. Un silenzio strano. Un parlarsi senza parole. Un non capire più nulla. Tremavo ancora. La paura è venuta dopo."
"...ricordo che mi mancava il respiro. Il mio mondo in quel momento erano le sue mani. Sentivo il suo cuore, veloce. Le sue labbra, il mio respiro affannoso. Le mani che cercano, che trovano centimetri di pelle.Non so se avevo paura. No, non era paura. Forse non era neppure piacere. Era scoperta, era crescere. In qualche modo. Tremavo. Le parole strozzate in gola e tra noi il silenzio. Un silenzio strano. Un parlarsi senza parole. Un non capire più nulla. Tremavo ancora. La paura è venuta dopo."
Ecco. Ora puoi lentamente lasciarti andare. Non importa più nulla. Né l’ipocrisia, né la cattiveria. Ci sei solo tu tra queste lenzuola bianche, tu e la tua nostalgia che, fedele compagna, giace accanto a te in silenzio. Brucia la pelle là dove le sue mani si sono posate anche solo fugacemente. Brucia il suo ricordo a contatto con la realtà. Chiudi gli occhi e sogna, forse stavolta sarai più fortunato, la troverai là, solo per te.
giovedì 5 aprile 2012
Don't let 'em inside your head.
Capita così, sempre allo stesso modo. Ormai dovresti esserci abituata, eppure ti coglie sempre alla sprovvista, sempre quando è meno opportuno. Sempre quando sei più debole. Dovresti anche aver imparato a reagire, a non rimanere spiazzata con gli occhi persi nel vuoto, eppure non accade mai. O almeno non fino ad ora.
Hai letto da qualche parte che “ l’amore è il cancro che tutti vorremmo avere”, peccato che quello non era amore, questo non è amore. E’ qualcosa che ha i contorni della malattia, un misto tra ossessione e follia, simile alla paura, dalle sembianze troppo vicine all’ annullarsi.
Un terribile mal di testa, tiri il piumone fino a ricoprirti il viso a metà e te ne stai là, immobile, a godere ancora per un poco del tepore che c’è lì sotto. Come avessi un trapano in testa lo senti martellare sulle tempie e per un attimo pensi di urlare, forse così la smetterà. Anche se hai gli occhi chiusi percepisci i raggi del sole che pigro si affaccia alla tua finestra gettando ombre di arancione qua e là. Adori questi brevi istanti prima del caos che riempie le tue giornate.
Provi a muovere un braccio per riprendere coscienza del tuo corpo, ma non risponde, in compenso una miriade di fastidiosi pizzichi ti si cosparge addosso. Adesso vorresti davvero urlare, ma non lo fai. Borbotti qualcosa e ti accorgi che la tua gola raschia, quasi come se avessi fumato un intero pacchetto di sigarette. Silenzio. Troppo per essere un giorno al centro della settimana. I rumori consueti sembrano assenti, niente odore di caffè, niente cucchiaini che sbattono pigramente nelle tazze, nessuno chiude ed apre in continuazione la porta del bagno, assolutamente niente. Possibile? Socchiudi gli occhi e il fracasso nella tua testa esplode. No. No. No. Meglio di no. Li richiudi subito e tutto torna solo dentro te, ovattato dalle pareti della tua mente.
giovedì 8 marzo 2012
There must have been a time I was the reason for that smile.
Poter cambiare. Poter decidere di cambiare e di farlo anche contro il consenso degli altri. Poter voler cambiare per essere qualcosa, qualcuno di diverso dalla propria natura. Poter abbandonare la propria indole. Semplicemente cambiare e spogliarsi di tutto quanto ti appesantisce. Lasciare indietro le paure, le delusioni, le incertezze, le ferite non ancora completamente risanate, i ricordi, le lacrime e i sorrisi, le risate e gli addii, ma anche gli incontri e le scoperte. Tutto. Perché tutto a suo modo pesa e ti si addossa impedendoti di poter staccarti da te stessa. Barcollare ancora in bilico sul filo del destino attenta a non perdere l’equilibrio, a non cadere giù. Vertigini e il vuoto sotto di te che, quasi come calamita, sembra attirare a sé il tuo corpo instabile. Giorni, mesi, stagioni che si susseguono e tu che rimani ancorata alla tua quotidianità, prigioniera della nostalgia celata sotto forma di monotonia con cui lo scorrere del tempo, implacabile, ricopre le tue giornate tutte uguali tra loro, tutte ugualmente devastanti.
E in mezzo a tutto ciò puoi tendere leggermente il collo e guardare un po’ oltre la coltre nebbiosa che avvolge il presente, guardare un po’ indietro e trovare respiro. E quanto faccia male, non importa, perché farebbe male comunque, in qualsiasi direzione volgessi il tuo capo.
Vieni via di là, andiamo! La sua risata interrotta dal rumore delle onde che arrivate a riva si annullano in schiuma. Lo guardi con l’acqua alle ginocchia che non riesce a distogliere lo sguardo dall’immensità del blu misto all’arancione che è di fronte a voi. A dir la verità neanche a te va di andare via e rinunciare a tale spettacolo, ma si sa, il mare qui è così, imprevedibile e perennemente arrabbiato con chissà chi, con chissà cosa. improvvisamente si volta e ti fa segno di raggiungerlo. Seduta da dove sei con i piedi nudi immersi nella sabbia fredda e sassosa scuoti la testa, perché parlare sarebbe inutile; troppo lontano perché possa sentirti, troppo rumoroso il mare perché la tua voce possa giungere alle sue orecchie. Una folata di vento gelido ti colpisce di lato scoprendoti il collo. Rabbrividisci e ti stringi ancora un po’ nel tuo maglione. Nel frattempo si è voltato di nuovo dandoti le spalle. I riccioli oscillano quasi come fossero frustati, il profilo del collo, le spalle, le braccia per metà scoperte dalle maniche della felpa tirate su, il bacino, le cosce, i polpacci che si contraggono opponendosi ad ogni onda che arriva. Lo fissi, non potendo volgere lo sguardo altrove. Lo fissi e anche non potendolo guardare in viso potresti farne una descrizione dettagliata; ogni angolo remoto, ogni curva. Sicurezza. Stabilità. Tranquillità solo sapendolo lì, davanti ai tuoi occhi. Nessun pudore, nessuna vergogna e un guizzo di orgoglio nel poter affermare di sapere esattamente a chi appartenga quel corpo. Quasi leggerezza. Socchiudi appena gli occhi, sicura di non doverti preoccupare, sicura che quando gli riaprirai completamente lui sarà ancora là.
Un’altra folata di vento, stavolta ancora più gelida e prepotente ti costringe ad aprire di nuovo gli occhi e a guardare la realtà per quella che è. null’altro. Solo lei. Qui, di fronte a te. La salsedine ti si attacca addosso e si insinua nelle narici e la verità, ora in bella vista, lascia che piccole e calde lacrime scorrano sulle tue guance mescolandosi alla consapevolezza.
Ritorni con gli occhi fissi nel panorama, nell’infinito che avvolge questo pomeriggio solitario. Percepire la sua presenza nei luoghi dove ti aspetti che ti accompagni è rassicurante. È effimera illusione di non traballare più. In quei momenti è come se non ci fosse più motivo per cui desiderare liberarsi di tutti i pesi e cambiare. In quei momenti sembra quasi stupido voler abbandonare il peso che non ti lascia respirare a pieni polmoni.
[E questo era il 100!]
martedì 28 febbraio 2012
Don't you remember?
[Domandanosi perchè i piatti sporchi sprechino energie a sistemarsi in pile ordinate, quando sarebbe molto più semplice se si lavassero da soli!]
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